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E
esser del gatto.
Felice e ben figurata locuzione di uso livornese, per quanto conosciuta anche in ambiente toscano.
Essa designa condizione di estrema difficoltà e pericolo, di rischio in atto o imminente.
Controversa è la sua origine anche se non mancano fantasiose ipotesi e contributi sull'argomento, quali quello elaborato da tale Isidoro Bienaimè detto Merendina, noto marrano dell'area cecinese, che sosteneva l'esistenza di una prima stesura del monologo dell'Amleto di Shakespeare con la frase «To be of the cat, or not to be of the cat...» poi semplificata per ragioni ortofoniche.
Noi, dopo lunghe consultazioni di numerosi testi ed approfondita disamina della migliore produzione di cartoni animati degli ultimi trent'anni, siamo propensi ad accreditare la tesi, già argomentata da tutti i condòmini di Via Palestro, n°61 bis, Livorno, secondo la quale ogni e qualsiasi derrata od alimento, pur vagamente commestibile, che sia lasciata alla mercé del gatto è da considerarsi irrimediabilmente perduta, come d'altro canto ci illustra Bacone nel suo Etica felina e mùggini, per cui, secondo il primo principio di non contraddizione, il gatto non sarebbe gatto se non rubasse il pesce lasciato sul tavolino di cucina, «malidetto 'r budello di su' ma' cane».
Ne discende un'aura di disincantato fatalismo che, prendendo le mosse dal paradigma animalesco, investe la condizione umana della consapevolezza dell'ineluttabilità del proprio destino, e con forza ripropone all'io pensante la riflessione: «Vai, siamo der gatto...» ogni qual volta che i vigili urbani lo fermano perché andava a centoventi.
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